La processione contro la peste di Santa Maria dell’Impruneta a Firenze nel 1720

La solenne processione dell’icona di Santa Maria dell’Impruneta a Firenze il 23 e il 30 novembre del 1720 è ricordata dal reverendo Luca Giuseppe Cerracchini († 1745) con abbondanza di particolari.
Il motivo del memorabile evento fu la richiesta di intercessione alla Vergine per la peste scoppiata a maggio in Marsiglia. Avendo causato in quella città circa 40.000 morti su 90.000 abitanti, aveva messo in apprensione tutta l’Italia tanto da invitare i cristiani alla penitenza e a proclamare un’indulgenza plenaria da parte di Clemente XI.
Sulla processione la cronaca del Cerracchini è lunga e articolata e per facilitare il lettore la trascrivo qui con qualche ‘a capo’ in più e sottolineando in grassetto i luoghi e gli eventi principali.

“Madonna dell’Impruneta a Firenze
A dì 22 novembre 1720 ore 9 e mezzo. In venerdì della notte antecedente de’ 21 del detto mese.
Faceva gran scempio la peste nella città di Marsiglia e nei vicini contorni e minacciando alla misera Italia e alla povera Toscana l’ultimo eccidio, fu da i signori ministri della Sanità, con l’approvazione dell’altezza reale del serenissimo gran duca, Cosimo terzo e del nostro zelantissimo arcivescovo Tommaso Bonaventura dei conti della Gherardesca, determinato far trasferire a Firenze il prezioso tabernacolo di Santa Maria dell’Impruneta acciò la sovrana Regina del Cielo si degnasse e si degni preservare dal contagio questa città già da lei liberata dal simil sciagura nel 1632, quando la peste al solo comparire della Sacra Immagine in Firenze si arrese e calmò; ma perché il portarla processionalmente nelle presenti cattive contingenze poteva essere pericoloso, fu portata privatamente la notte del dì 21 novembre 1720 per la porta di San Giorgio a ore 9 e mezzo nella chiesa parrocchiale di Santa Felicita et ivi collocata sopra l’altar maggiore decentemente adornato e ricco di lumi, essendo anco tutta la chiesa parata a festa.

Il primo stabilimento dei Signori di Sanità fu collocare il santo tabernacolo clandestinamente nella chiesa della Calza, ma bisognò mutar pensiero, sì perché l’altezza reale del serenissimo granduca Cosimo 3° volle goderla quel tempo quando stava incognita in Firenze e, riguardo alla sua cadente età, ciò meglio non si poteva avere che nella chiesa parrocchiale di Santa Felicita, ove poteva tutta la real famiglia, senza partire di palazzo per il corridoio andar senza veruno incomodo ad ogni ora a visitarla. Sì anco perché, essendo stata concessa dal sommo pontefice Clemente XI una plenaria indulgenza in forma di giubileo a tutta l’Italia e isole adiacenti a riguardo della peste, bisognò prevalersi di tale occasione, non si essendo potuto spuntare da Roma una particolare indulgenza per la traslazione della Santa Immagine e, volendo conseguentemente il sommo vicario di Christo per lo conseguimento di tal plenaria perdonanza, un digiuno con limosina a’ poveri, confessione, comunione con visita di due chiese da deputatarsi dall’ordinario o pure di assistenza alla processione da farsi col santissimo tabernacolo dalla chiesa di Santa Felicita alla Metropolitana in | luogo di particolar visita, fu per l’uno e per l’altro ragionevole motivo scelta detta chiesa, in cui dal dì 23 novembre giorno di sabato, in cui d’indi si trasferirà alla Metropolitana la Santa Imagine, sino al sabato successivo 30 novembre, come nel duomo sarà indulgenza plenaria da applicarsi per modo di suffragio alle anime di quelli solo che sono morti in tempo di peste, come anco applicabile a tali anime l’indulgenza di dieci anni e altrettante quarantine concesse a chi, in una delle chiese parrocchiali della città e diocesi o in una dei regolari dell’uno e dell’altro sesso, interveniva alle Litanie de’ Santi, da recitarsi per un mese pro peste per qualunque volta vi intervenga, da cominciarsi il dì 23 sabato di novembre 1720 e durare per un intero mese successivo, al suono della campana maggiore del duomo, doppo terza, o secondo che a ciascheduno parrà più comodo e proprio.

Ordine dell’ingresso privato
Alle ore nove e mezzo in circa della notte del di 21 novembre, giorno della Presentazione di Maria, partì dalla pieve dell’Impruneta e a ore nove e mezo in circa entrò la santissima miracolosa Immagine in Firenze per la porta di San Giorgio. Era veramente cosa di gran contento e di spirituale allegrezza indicibile vedere tutta quell’erta costa alluminata, essendosi sforzato anco però ogni più povero e mendico di metter fuori alle finestre lumi, lampioni e torce.
Furono ad incontrare il santo tabernacolo alla predetta porta della città i padri Agostiniani Scalzi di Sant’Agostino tutti con torce alla veneziana, sei ecclesiastici mandati dalle monache di San Giorgio o sia dello Spirito Santo ed il clero di Santa | Felicita in numero di 33 tra chierici e sacerdoti con torcie di cera bianca. Messa in mezzo la Santissima Vergine da i bombardieri, che appositamente erano alla porta della città ed alla portaccia della Fortezza di Belvedere, per impedire il tumulto e la confusione del popolo, veniva lo stendardo di Santa Maria Impruneta, messo in mezzo da accoliti con le viti e lampioni, indi la compagnia di detta pieve vestita di cappe turchine, secondo il consueto assai numerosa, appresso i padri Agostiniani Scalzi, appresso i sei ecclesiastici mandati, come si disse, dalle monache dello Spirito Santo, con il clero di Santa Felicita, con un numero assai grande anzi grandissimo di torcie, da varie persone divote di proprio, portate per onorare la Santissima Vergine, la quale dall’Impruneta, portata da’ fratelli della compagnia nel suo tabernacolo, chiuso e coperto di manto a padiglione di color paonazzo con piccolo baldacchino, sopra messa a mezzo da’ cappellani della pieve, che all’ingresso della città ad alta voce intuonarono, rispondendoli numeroso popolo le Letanie di Maria, rallegrò i cuori di tutti e mosseli a una divota tenerezza verso Maria dell’Impruneta e ammollì anche i cuori più duri ad affettuose dimostrazioni di adorazione verso Maria, delle di cui lodi risuonava festosa tutta l’aria nel canto delle sue Letanie, che altro alla per fine non sono che un succinto degli attributi più speciali di lode propri della gran Regina del Cielo.
Soprintendeva a questa gita il signore senatore Uguccioni, et il signore Ubaldini [Francesco], pievano di quella insigne pieve, segnalò nella età sua cadente la sua devo|zione sempre tenera ed affettuosa verso la Sacra Immagine essendo venuto con l’incomodo della nottolata di tempo anco cattivo, sempre avanti la Sacra Immagine di Maria, benché portato in seggiola coperta.

La prima posata del prezioso tabernacolo fu nella chiesa delle monache dello Spirito Santo in San Giorgio, molto nobilmente illuminata, ove si posò per lo spazio che, con ogni agiatezza e pausa dalle predette religiose e sacre vergini alla loro Regina Vergine Madre, fu cantato l’inno Ave Maris Stella alternativamente con l’organo et indi dal clero e popolo che era in chiesa il Magnificat, a vicenda con il musicale ecclesiastico instrumento e le Letanie della Santissima Vergine, dopo le quali il versetto ed orazione della Madonna con la benedizione a quelle devote religiose, passò il sacro tabernacolo alla chiesa delle monache di San Girolamo dell’ordine dei Minori Osservanti del serafico San Francesco, ove introdotta in chiesa e salutata con inni, cantici e antifone da quelle religiose, data a loro la materna sua celeste benedizione, scese la processione alla chiesa di Santa Felicita, ove ricevuta da quelle religiose figlie del gran patriarca Benedetto co’ i più vivi segni di adorazione, allegrezza e giubilo l’alta Regina del Cielo, si è a ora congrua collocato il sacro tabernacolo collocato [sic] sull’altar maggiore riccamente adornato di lumi e fiori e la mattina, a ora di terza, dal clero di detta chiesa, cappellani, clero e cappellani dell’Impruneta, fu cantata la messa conventuale, la quale si celebrò dal signore Turrini priore di detta chiesa.
| Il giorno 22 tutto stette sempre serrata la chiesa, non si ammettendo che poche persone e queste per lo più qualificate all’adorazione della Santa Imagine la quale, a ora competente, il medesimo giorno 22 novembre fu calata dall’altare e messa nel mezzo del presbiterio sopra le solite stanghe per portarla processionalmente.
In questo tempo che posò in questa chiesa la Santa Immagine, la reale altezza del serenissimo granduca, del serenissimo gran principe, della serenissima principessa Anna Elettrice, Violante di Baviera, e Leonora di Guastalla fecero a gara ad assistere dal corridoio alla gran Madre di Dio, la quale mai di giorno né di notte mai fu lasciata, né da quelle religiose, né da fratelli della compagnia dell’Impruneta, né da’ suoi cappellani, i quali soddisfanno alle ore canoniche sì notturne che diurne nella chiesa ove è collocata la Sacra Immagine fino che dura a soggiornarvi.

Ordine della solenne processione
Venuta la mattina del dì 23 novembre giorno di sabato, in cui si deve fare la solenne processione della sacrosanta Immagine dalla chiesa parrocchiale di Santa Felicita di sopra annunciata alla Metropolitana, giorno feriato solenne e solennissimo per tutti e per qualsivoglia debito, giorno in cui passò bandito che, fino non era posto in duomo il prezioso tabernacolo, niuna bottega si potesse aprire sotto gravissime pene, adunati i religiosi mendicanti, i monaci, il clero secolare con il clero della Metropolitana nella parrocchial chiesa di Santo Stefano, il Senato in Palazzo Vecchio nel luogo | di sua residenza e li altri magistrati dovendo seguire questo, la compagnia di sant’Ilario a Colombaia chiesa parrocchiale suburbana, e la compagnia dell’Impruneta nella compagnia de’ Fanciulli su la costa e la compagnia dello Scalzo nella sua compagnia da San Marco, i signori canonici del duomo in Santa Felicita, ove si parò pontificalmente il nostro monsignore arcivescovo Tommaso della Gherardesca sul faldistorio in paramenti pavonazzi, come richiedeva ed esigeva la grave necessità per cui si porgono preghiere all’Altissimo, assistendo in chiesa il Senato fiorentino in abito senatorio su panche a ciò disposto, cominciò a muoversi la processione circa le 16 e mezo, essendosi in questo giorno anticipata terza dalle 15 e mezzo alle 14 e mezzo, cioè un’ora, e sonò colla campana maggiore del duomo e si mosse come appresso.

Venivano a prima fronte i mazzieri del Magistrato Supremo con le loro mazze da comandatori, guidando la processione per le strade determinate che furono le appresso:
da Santa Felicita a
via Guicciardini
alla piazza de’ Pitti
alla Colonna di San Felice
per via Maggio
al ponte di Santa Trinita
al Canto Tornaquinci
a San Michele Bertelli
al Centauro
a Santa Maria Maggiore
per San Giovanni in duomo.

Seguivano appresso li due stendardi de la Metropolitana | a destra, della Badia a sinistra, più corto questo di quello due terzi di asta, come per sentenza, e presi in mezzo da sei accoliti del duomo con viti di argento purissimo.

Cominciavano quindi gli ordini mendicanti e sono li appresso:
padri Agostiniani della Costa
frati Cappuccini di Montu(gh)i e della Concezzione
frati di San Giuseppe e di San Francesco di Paola
frati di Santa Croce de’ Minori conventuali
frati della Riforma di Fiesole e Zoccolanti Minori Osservanti
frati di Santo Stefano, Sant’Iacopo tra’ Fossi e Santo Spirito agostiniani
frati di Santa Maria Maggiore e del Carmine
frati della Santissima Nonziata
frati di San Marco e di Santa Maria Novella.

Questi ordini mendicanti disposti con mirabil ordinanza, a ogni coppia avevano di qua e di là due fratelli delle due compagnie, primo di San Giovanni Battista dello Scalzo con cappe loro nere e torcie alla veneziana in numero di 188, co’ in appresso della compagnia di sant’Ilario a Colombaia con torcie nuove a vento in numero 155 ed in ultimo luogo della compagnia di Santa Maria dell’Impruneta, la quale ha huomini senza torce, con cappa turchina, e uomini con cappa turchina e torce a vento, mettendo in mezzo li ordini mendicanti, monastici e clero, ed essa andando dalle parti lateralmente, fu impossibile poter numerare e i fratelli e contare le torcie.

Seguivano appresso i monaci p.o
di Monte Oliveto
Celestini
| Cisterciensi
Valombrosani di San Pancrazio e Santa Trinita
delli Angeli o Camaldolensi
Cassinesi della Badia.

È impossibile contare il numero delle torcie particolari, sì a vento come alla veneziana, di varie persone divote concorse ad onorare la Santissima Vergine; serva il dire che dal duomo ove era già entrata la croce della Metropolitana sino a Santa Felicita, ove per anco era il prezioso tabernacolo, ardevano le strade, e la nobiltà fiorentina, mai avvezza a lasciarsi vincere da altra nazione nella pietà e divozione verso Maria, fece in questo spicco e mostra della loro sincera pietà verso la gran Madre di Dio, avendo ognuno fatto a gara di comparire in persona con torcia nobile e di mandar palafrenieri e servitori ad onorare l’Augustissima Regina.
Doppo gli ordini monastici veniva il sacro clero secolare di diviso in clero di:
Sant’Ambrogio
San Frediano
San Pier Maggiore
San Lorenzo
Seminario e clero del duomo con i suoi cappellani e cantori al numero di otto con piviali pavonazzi e mazze di finissimo argento in mano.

Seguiva, doppo i cantori della Metropolitana, un staccamento della compagnia del corpo dell’altezza sua reale a piedi, cioè il timpanista con sei trombetti che di tra | in tratto fermandosi col tocco soave di quelli, con la melodia di queste, e rendevano ed invitavano i lumi di tutti a rendere tributo di ossequio a Maria. Dopo venivano dodici corazze a piedi con spada imbrandita e sfoderata in atto quasi di difendere da’ suoi nemici la Vergine Madre e quasi testificando a nome del principe, di cui son guardie, di essere pronte a difendere fino col spargimento del sangue e perdita della vita la gloria di Maria.
Si vedeva quindi il faldistorio [sedia senza schienale] di monsignore arcivescovo portato da più fratelli della compagnia dell’Impruneta vestiti de lor cappe turchine.
Quindi compariva e la croce archiepiscopale portata dal consueto crocifero parato di cotta e dalmatica pavonazza, messo in mezzo da due accoliti con candellieri di argento e lumi. Indi ordinatamente venivano i signori canonici della Metropolitana con loro galero da protonotario apostolico ad instar partecipantium, come nell’ultima coppia de’ quali, a destra del signor arcidiacono Tornaquinci, veniva monsignore vescovo di Fiesole e conte di Turricchi Luigi Strozzi, già canonico fiorentino, e dopo monsignore arcivescovo Tommaso Bonaventura della Gherardesca, parato pontificalmente in paramenti pavonazzi con baculo pastorale e mitra di teletta d’oro, avendo per suddiacono il signore canonico decano Gianni e per diacono il signore canonico arciprete e vicario ad causas Ubaldini.
| Dal principio de’ signori canonici alle parti cominciò la guardia de’ Trabanti di sua altezza e di qua e di là al trono di Maria, la guardia de’ Cavalleggeri a piedi; seguiva indi il santo prezioso tabernacolo di Maria, aperto de’ suoi piccoli sportelli in cui sono dipinti a olio angeli sonanti organi, tiorbe et altri strumenti musicali in trionfo di Maria, e da esso pendeva un prezioso mantellino bianco fregiato di una gioia preziosa postavi già anni sono dalla pietà della serenissima principessa Violante di Baviera. Risedeva sopra il tabernacolo una berretta all’imperiale fatta di raso pavonazza tutta fregiata e ricchissima di oro con un manto della medesima seta e colore tutto diviso a raggi d’oro con uno scudo in mezzo effigiato il Santissimo Nome di Maria e liste di gallon d’oro dalla parte che formano come manto alla gran Vergine Madre. Era portato il santo tabernacolo sempre da 12 persone, otto delle quali erano sempre fratelli della compagnia dell’Impruneta, ed i primi quattro in faccia sotto le stanghe maestre, ne’ primi luoghi quattro sacerdoti cappuccini, i quali a vicenda con li altri si mutavano a suono di campanello per non generar confusione e secondo le classi, luoghi e tempo come loro era comandato da’ loro caporioni per ciò deputati, che sopra di questo avevano inscritto le loro particolari istruzioni.

Pendeva sopra il tabernacolo un nobil baldacchino di color pavonazzo alla romana inalberato in otto mazze, portate sempre dalla | nobiltà, la quale si cambiava a vicenda, secondo la norma che ne dava il signor cavaliere Francesco Maria Buondelmonte [doc. 1391] già, come ognun sa, padrone della chiesa e del santissimo tabernacolo dell’Impruneta, e a certi luoghi determinati secondo la lista che da esso ne aveva il signore Morelli sacerdote, in ciò molto ben pratico, avvisandosi quella sempre innanzi a’ luoghi ove doveva farsi la muta del precitato baldacchino, dietro al quale veniva l’altezza reale del serenissimo gran principe di Toscana Giovanni Gastone a piede, preceduto dai cappellani di Santa Maria Impruneta e dal suo piovano Ubaldini, i primi dei quali erano dietro intorno al baldacchino, questi un poco distante da quelli, in luogo assai decoroso con cotta e batolo pavonazzo.
Veniva in appresso mazzieri e trombetti, con banderuole del Magistrato Supremo che prendevano in mezzo il potestà di Firenze e luogotenente del Magistrato Supremo con altri trenta 2 senatori costituenti il Senato fiorentino, non compresi li assenti et impediti, vestiti tutti di porpora; finalmente seguivano li altri magistrati tutti di Firenze, messi in mezzo da’ suoi mazzieri, con che restava compita la processione, doppo la quale seguivano le due carrozze di sua altezza reale del serenissimo gran principe, le due di monsignore arcivescovo e la carrozza di monsignore vescovo di Fiesole, tutte però in molta distanza per lo infinito popolo, che seguiva la Sacra Immagine, nel trasporto della quale non seguì alcuna confusione, né disturbo, essendo tutte | le strade e capi vie scorsi da bombardieri con alabarde, che pronti accorrevano dove poteva nascere confusione, benché minima, ed infatti è stata una processione da vedersi per la buona ordinanza con cui è stata regolata, sì per le religiose famiglie e cleri convocati che hanno reso di sé edificazione non ordinaria, sì per il numero immenso delle torcie e concorso di nobiltà che ha reso veramente ragguardevole la funzione.

Cose da notarsi nell’egresso della Santa Imagine di Santa Felicita e ingresso in Duomo
Fu ordinato in questo giorno il suono della campana del pubblico per tutto il giorno e delle altre del duomo, le quali cominciarono a suonare a festa alle tredici e mezzo, in seguito delle quali, per tutta la mattina andarono tutte le campane della città sì de’ regolari dell’uno e dell’altro sesso che del clero secolare. Sonata terza a hore quattordici e mezza con il campanone, che servì in quest’occasione per sonare a raccolta, mossa la processione sulle hore sedici e meza in circa, di chiesa di Santa Felicita a mezz’il partire delle processioni, venne il Senato e gli altri magistrati, i quali posti a sedere negli stalli per li uni e per li altri preparati a suo tempo, calò con i canonici processionalmente per chiesa monsignore arcivescovo dall’appartamento del priore, dove si era parato in pontificalibus e, giunto il serenissimo gran principe in chiesa, si cantò dal clero della Metropolitana l’antifona Plurimorum Martyrum in venerazione de’ Santissimi Maccabei titolari della chiesa di Santa Felicita, e detto il versetto et orazione de’ medesimi, monsignore genuflesso al faldistorio | intuonò l’inno Ave Maris Stella, quale proseguito dal coro e detto il versetto, disse egli l’orazione della Santissima Vergine. Doppo la quale cantato dal coro il solito Exsurge Domini, che suol cantarsi nel muovere delle processioni, si cantarono poi le Letanie de’ Santi e al verso Santa Maria si mosse il santo tabernacolo di chiesa, nell’escire della quale, dato segno con fumata alla Fortezza di Belvedere, sparò questa in segno di allegrezza molti mortaletti e pezzi di artiglieria.

I serenissimi principi della real casa nel passare la Santa Immagine dal palazzo de’ Pitti, poterono di nuovo tributare i loro ossequi alla gran Vergine, essendo al ballatorio del suo appartamento ad adorarla il serenissimo gran duca e tutte e tre le principesse al ballatorio nell’appartamento del già serenissimo gran principe Ferdinando di gloriosa ricordanza.
Verso le ore 19 e un quarto entrò la gloriosa Vergine nella chiesa Metropolitana, nel cui ingresso, dato segno dal campanile del duomo con una fumata, sparò la Fortezza da Basso in segno di allegrezza, come fatto avea la fortezza di sopra. All’entrare i signori canonici presero le mazze del baldacchino et i cappellani sottentrarono a portare la Santa Imagine in luogo de’ padri Cappuccini. Due cori di musica della cappella reale riempivano di giubbilo e di melodia la gran basilica cantando mottetti e lodi alla eccelsa Regina del Cielo. Arrivati all’ altare del Santissimo, si pose monsignore arcivescovo al suo| faldistoro in cornu evangeli, il serenissimo gran principe su l’inginocchiatoio per esso preparato, i signori canonici su pancali disposti in ala nel lato dell’evangelo et il Senato su pancali disposti in ala nel lato dell’epistola e i magistrati minori nelle cappelle della tribuna del Santissimo e in coro grande.
Collocata con mirabile facilità la Sacra Immagine sull’altare ricco di cera e di altri ornamenti, si dissero da monsignore arcivescovo le preci solite dirsi dopo le litanie, le quali già si erano cantate processionalmente per la strada con le consuete orazioni, dopo l’antifona Santa Maria succurre miseris con verso et orazione, appresso l’antifona Apertum est os Zaccarie con versetto et orazioni in onore di San Giovanni Battista protettore dello stato, et appresso l’antifona, verso et orazione di San Giuseppe, comprotettore nostro, et in ultimo luogo la commemorazione del vescovo San Zanobi protettore della fiorentina diocesi; dopo di che, data da monsignore arcivescovo la pastoral benedizione, licenziati tutti con la pace del Signore, in coro si cantò vespro e compieta, sì per non tornare di lì a poco dalle loro case alla chiesa, sì per lasciare libero il coro a i sacerdoti dell’Impruneta che in questo tempo ofiziano in duomo. Dopo i sacerdoti della Metropolitana.
Piaccia a Dio di esaudire le nostre preci avvalorate dall’autorevole intercessione della Santissima Vergine la quale per noi impetri prima la liberazione dalla peste dell’anima e la preservazione dal contagio dei corpi.

| E’ impossibile dire il gran concorso che in questi otto giorni fu sempre dalla mattina all’alba, in cui si apriva la chiesa, sino alle ventiquattro e mezzo in cui si serrava, di ogni sesso, di ogni età, di ogni condizione. Moltissime furono le compagnie che, vestite di loro cappe, con segni di vera devozione e compunzione furono a venerare la sacra Immagine; fra queste si segnalò la compagnia di San Benedetto Nero comparsa con un numero sopra 400 di fratelli, che tutti per tutta la processione si flagellavano secondo lo statuto di detta confraternita, mai solita escire fuori del luogo di sua residenza che per giubilei universali e sempre flagellandosi. Furono a pigliare questo giubileo anche le Signore della Quiete venute in carrozza dal loro conservatorio d’ordine di sua altezza reale e ammantate conforme il loro costume; in carrozza pure andarono alla visita delle chiese e furono trattate a desinare nel convento delle Montalve dalla reale munificenza della prefata altezza e dopo pranzo andarono tutte in convento di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, dove, essendo la serenissima Elettrice, le fu scoperto l’incorrotto sacrosanto cadavere di detta santa, e nel medesimo giorno 27 se ne tornarono al luogo di loro abitazione.
La sera de’ dì 28 i padri Scalzi del Monte calarono alla visita delle chiese, con una comparsa di penitenza che inteneriva i cuori delle femine facili a compungersi, ma per essere tanto crudeli in chi intendeva un poco di lettera, si disse che fu una singolarità o almeno un indiscreto comando, | che da quel padre guardiano, che meglio averebbero fatto darsela ognuno nella propria cella con moderazione, non volendo Iddio brandicci di carne, per non essere egli di genio di macellaro, ma cuor contrito, il che si fa con le penitenze spontanee, non con quelle, che rispetto alli inferiori potevano essere forzate.
Piaccia a Dio che chi giudica giudichi bene.
Voglia Iddio che le nostre opere buone non abbiano fini stati e indiretti e che, essendo stata una penitenza grande, non si possa dire di essa che fu intempestiva o singolare, e che non vi fosse mescolato qualche riflesso mondano, essendo il demonio molto accorto. Basta, nessun altro ordine regolare, che pure degli esemplari non ne mancano in Firenze, ha fatto questa non so se dire scena o comparsa di penitenza. Questo so di certo che si è fatto di gran bene in questi otto giorni, che i confessionari (h)anno scampato di grandi anime dalle mani del demonio, le quali se non veniva questa santa indulgenza, sarebbero ancora in mano dell’infernale inimico.

Era calato tutto il popolo e di Prato e di Pistoia e di Mugello sino a trenta miglia distante di ogni intorno alla città di Firenze, talmente che in questi otto giorni ha visto il secolo e si è disingannato, che non sono mai troppi gli ecclesiastici, perché vi è stato da fare per tutti ed il Sangue di Gesù Christo in questa occasione ha mondato molte anime infette della peste dell’anima.
Iddio doni a tutti la santa perseveranza et alli ecclesiastici uno spirito di servire la Chiesa loro sposa e madre, per cui devono non solo mettere la vita, ma anche l’anima, animam pro amicis suis.

| Partenza da Firenze di Santa Maria dell’Impruneta
La mattina del dì 30 novembre, festa del gloriosissimo apostolo Sant’Andrea, giorno di sabato, si sentì di buon’ora la campana del palazzo della Signoria con le altre del duomo suonare a festa, avendo la sera antecedente preventivamente suonato la campana maggiore e di lungo per la processione.
Aperta che fu la chiesa al primo tocco di mattutino, si vedde il sacro tabernacolo calato avanti l’altare, ove era stato collocato, sopra un piccolo riposo per maggior facilità di poterlo trasferire. Il concorso del popolo fu infinito e tutta la mattina si impiegò in confessare e comunicare i fedeli. Si suonò in questo giorno vespro alle 19 e mezzo e a ore venti si entrò in coro. Subito si mossero li due stendardi della Metropolitana e della Badia e con essi tutta la processione, con la medesima ordinanza che nel giorno del solenne ingresso, eccetto che vi intervenne di più la compagnia dell’Arcangelo Raffaello detta comunemente del Raffa, in numero di ottanta quattro fratelli tutti con torcie alla veneziana, e in ordine di processione ebbero l’infimo luogo venendo i primi, e di più venne il clero di Santa Felicita, il quale nel giorno dell’ingresso fu esentato dalla processione per essere stata la Santissima Vergine in detta chiesa, come costumar si suole in simili contingenze. La gita della processione fu per San Giovanni al Seminario, al Centauro, a San Michele Bertelli, al Canto Tornaquinci, a Santa Trinita, per via Maggio alla Buca, alla Porta Romana.
Venuto in duomo il Magistrato Supremo con tutto il Senato e magistrati inferiori et arrivato | il serenissimo gran principe Giovanni Gastone, posto questo sull’ inginocchiatoio per ciò preparato e quelli sulle loro panche al lato dell’epistola all’altare del Santissimo, et i reverendissimi canonici al lato del Vangelo, ove era monsignore arcivescovo parato pontificalmente in paramenti pavonazzi, intonata l’Ave Maris Stella, si mosse, col medesimo ordine che nell’ingresso, la Santissima Imagine, la quale in chiesa fu portata da’ cappellani et il baldacchino dal signori canonici, i quali nell’escire lo consegnarono alla nobiltà secolare et i cappellani la Santissima Vergine a i fratelli della compagnia dell’Impruneta ed a quattro padri Cappuccini ne’ primi luoghi secondo il consueto.

Quando escì il santo tabernacolo del duomo fu salutata Maria dalla salva reale del Castel di San Giovanni Battista con mortaletti e sparo dell’artiglieria. Il numero delle torce, sì nobili portate dalla nobiltà, sì a vento portate dal privato, fu impossibile numerarlo, siccome è impossibile ridire il culto, la devozione e la tenerezza che nei cuori di ognuno muoveva la Sacra Immagine, le vie tutte calcate di popolo in molti luoghi, i paramenti e i tappeti alle finestre, anco de’ più poveri, dove passava la processione, rendeva più signorile la festa e più riguardevole.
La prima fermata della Santissima Vergine fu alle monache di San Pietro Martire alias dette di San Felice in Piazza ove, adorata da quelle religiose, se ne venne al venerabile monastero di San Vincenzo di Annalena ove, incontrata da sei sacerdoti con torcie alla veneziana, monsignore arcivescovo alle medesime religiose genuflesse, la Santa Miracolosa Immagine stette lungo tempo ad esse rivolta | fino a che cantarono una divota e pia antifona alla purissima Regina del Cielo; fu questa fermata assai lunga, ma non quanto avrebbe voluto la devozione di quelle religiose.

Partita la Santa Immagine arrivò alla Porta Romana, dove posata in mezzo della medesima porta già serrata, d’avanti a un palco di musici orati e, disposto il Senato dalla parte della Calza, su panche parate con tappeti e guanciali, et i canonici e clero dalla parte di Boboli, con monsignore arcivescovo vicino al tabernacolo in faldistorio, si cominciò a cantare l’antifona Santa Maria succurre eccetera, con suo verso et orazione. Indi la commemorazione di San Giovanni Battista e di San Giuseppe, protettori dello Stato, et infine di San Zanobi, protettore della diocesi, doppo le quali monsignore arcivescovo, detti i soliti versetti Adiutorium nostro eccetera, dette la sua pastorale benedizione con indulgenza di 40 giorni a tutta la città e nel medesimo atto fu alzato il santo tabernacolo e mosso come in forma di benedirsi anco da Maria la sua devota Firenze.
Nell’atto della benedizione si cantò da’ musici, accompagnati da vari strumenti, un nobili mottetto in onore di Maria, con la salva reale degli mortaletti e di artiglieria dalla Fortezza di Belvedere, al sentir il primo de’ quali si vedde tutto il popolo in qualsivoglia parte della città inginocchiarsi per le pubbliche piazze, per le case, per le piazze, ovunque si trovava, per chiedere a Maria purissima Vergine di essere benedetto.
Le campane tutte della città che suonavano a festa, lo sparo dell’artiglieria, il popolo tutto commosso e contrito invitavano a una tenerissima devozione, i salmi di lutto, cantati nella processione dal venerando | clero secolare, metteva una santa compulsione in chi avesse avuto ancora un cuor di sasso.
Data la benedizione fu messa la Santa Immagine nella chiesa di San Girolamo detta della Calza e ognuno rimase licenziato con la pace del Signore.

La cosa più mirabile fu che in tanta moltitudine di popolo non seguisse alcun disordine o tumulto perché per tutto erano alabardieri che impedivano mescolarsi per quanto era possibile uomini e donne e, al capo delle due strade del Borgo San Pietro in Gattolino e Boffi, avean fatto un forte cancello, per donde di Borgo entravano e per Boffi aveano esito dovuto le processioni, né in quello potea passare alcuno, essendo custodito dalla guardia de’ Lanzi, onde rimanea libera tutta la piazza avanti la porta e per la corte e per i magistrati e per il clero della Metropolitana, non potendo ivi venire alcuno né per la parte delle mura, ove era serrato con un forte cancello.
Alle ore tre in circa parti la Sacra Immagine preceduta dalla sua compagnia, la quale, in questa occasione e nella processione solenne del giorno, inalberò due grandi viti di argento, donatele dal reverendissimo signore balì Giordani [Francesco], già priore della basilica ambrosiana di San Lorenzo, e andò privatamente alle monache di Santa Chiara, che ebbero tal grazia dall’altezza reale del serenissimo gran duca ad intercessione del padre confessore di sua altezza, religioso de’ Minori Osservanti di San Francesco, di cui sono religiose le medesime monache.
Quivi trattenutosi un poco di tempo, partirono di Firenze e posarono il santo tabernacolo nella chiesa delle monache di San Gaggio. A ore diciassette arrivò il santo tabernacolo alla sua chiesa a cui fu, per lunga gita di strada, seguitato a piedi dalla serenissima gran principessa Eleonora di Guastalla, la quale partita opportunamente di Firenze lo aveva raggiunto per istrada.
Starà alla Santissima Vergine nel suo tabernacolo esposta nella sua chiesa tre giorni, cioè sino a tutto martedì sera”.

Paola Ircani Menichini, 28 marzo 2025. Tutti i diritti riservati.




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